Il mese scorso è uscito I posseduti. Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori di Elif Batuman, un libro che a me sembra pieno di intelligenza (full disclosure: ci ho messo mano professionalmente). Ne riporto un brano: sull’uso e il valore dei nomi, la scrittura, l’amore e l’essere posseduti.

Per molti anni non ripensai piú di tanto alla scelta che avevo fatto tra scrittura creativa e critica letteraria. Nel 2006, la rivista «n+1» mi chiese di fare il punto sul racconto americano basandomi sulle antologie Best American Short Stories del 2004 e 2005. Solo allora, mentre sfogliavo quelle pagine in nome della scienza, mi sorpresi a ricordare il vuoto che avevo sentito quel giorno piovoso a Cape Cod [quando la Batuman visitò una scuola di scrittura, indecisa se iscriversi].
Mi tornò in mente la cultura puritana della scrittura creativa, incarnata dalle colonie, dai laboratori e dall’ideale del «lavoro artigianale». Mi resi conto che avrei di gran lunga preferito considerare la letteratura una professione, un’arte, una scienza, o praticamente qualsiasi cosa piuttosto che un lavoro artigianale. Cosa aveva mai cercato di dire il lavoro artigianale sul mondo, sulla condizione umana, o sulla ricerca di un senso? Era costituito esclusivamente da precetti negativi: «Mostra, non raccontare», «Uccidi i tuoi prediletti», «Ometti le parole superflue». Come se la scrittura consistesse nel liberarsi dei vizi, nell’omettere le parole superflue. Continua →