l'Eugenio Testata


Il fabbricante di eco


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Susan Faludi, nel suo Il sesso del terrore, riporta questo aneddoto: durante le settimane che seguirono l’attacco terroristico al World Trade Center si presentarono all’ospedale di Manhattan cinque magre adolescenti che non riuscivano a “ingoiare”. Erano convinte che a seguito della distruzione delle torri si fossero depositate nelle loro gole delle cellule o dei resti umani, e questa convinzione – infondata, come risultava dalle analisi – impediva loro di mangiare. Le ragazze, scrive la Faludi, “esprimevano istericamente ciò che tutti noi provavamo, ossia che la notizia era troppo dura da mandare giù”: ciò che quel sintomo manifestava, in altri termini, era l’incapacità di “digerire” la catastrofe, di imporle un senso, e quindi anche di costruire intorno ad essa una narrazione. Nonostante l’11 settembre sia l’oggetto di ormai una serie infinita di romanzi, memoir, film e serie televisive (per non parlare delle narrazioni ufficiali del potere, del governo o dei terroristi stessi), resta un qualcosa il cui senso sfugge, un disastro impossibile da integrare in una narrazione che lo riscatti dal trauma. Insomma: anche se l’11/9 è ormai un vero e proprio genere letterario, quando non direttamente un logo, un topos immediatamente riconoscibile e spendibile sul mercato dell’intrattenimento o della politica (penso ai film castrofici o alla campagna per le primarie di Rudy Giuliani che aveva inglobato le torri gemelle fin nel simbolo sui volantini), rimane una lesione tutt’altro che superata.

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Il tempo di una canzone

Da qualche settimana è uscita la traduzione italiana dell’ultimo romanzo di Richard Powers, Generosity. Per l’occasione ripubblico un paio di approfondimenti che scrissi per questo grande autore statunitense.

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Stupisce, e un pizzico delude, constatare che l’editoria italiana non abbia riservato a Richard Powers il trattamento che merita. La maggior parte dei suoi romanzi rimane inedita e i pochi tradotti sono stati palleggiati da un editore all’altro (e ormai, senza qualche ristampa in tascabile, sono anche di difficile reperibilità) [nel frattempo la situazione è leggermente mutata: degli ultimi dure romanzi, questo e Il fabbricante di eco, sono disponibili le edizioni tascabili NdFg]. Certo, i testi di Powers sono ponderosi, impegnativi, dalla struttura complessa, ma qualsiasi esitazione dovrebbe essere vinta di fronte a una delle scritture più raffinate in circolazione, alla ricchezza intellettuale e alle invenzioni narrative di cui letteralmente trabocca ogni sua pagina. Presso Bollati sono usciti Tre contadini che vanno a ballare (1991) e Il dilemma del prigioniero (1996), mentre Galatea 2.2 è stato pubblicato da Fanucci (2003).

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Il contagio

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Se la grandezza di uno scrittore si giudicasse dalla fedeltà alle proprie ossessioni, pochi altri, oggi, potrebbero rivaleggiare con Walter Siti. Eppure è lo stesso Siti – o meglio: la voce, sempre penultima, che prende la parola nel romanzo – ad avvertire al termine de Il contagio che “le sociologie cadono a pezzi, elencare non basta”, e che una mappa ragionata potrà disegnarla “solo chi avrà la mente libera da ossessioni”. E sì che la fine di Altri paradisi lasciava baluginare la possibilità, a conclusione della “trilogia”, di una pace raggiunta: “se avrò qualcosa da raccontare non sarà su di me”. Infatti il Contagio parte con baldanzoso piglio naturalista, quasi un reportage etnografico dall’altrove di una borgata romana. Ma ogni meraviglia (anche quella degradata: e qui le degradazioni decisamente non mancano) è strategia di possesso, proiezione fantasmatica. Parlando di fantasmi, primo tra tutti è quello di Pasolini, l’oggetto di culto di chi vede nelle borgate l’immagine nostalgica di un’autenticità perduta o, più in generale, di chi cerca un modello dietro cui nascondere la propria (di scrittori, di intellettuali) percepita marginalizzazione.

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Piccoli animali

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“La nostra età è spossata, e la terra, sfinita dal partorire, a stento genera piccoli animali”: vengono addirittura da Lucrezio i piccoli animali che danno il titolo al primo romanzo di Maurizio Torchio (Tecnologie affettive, Sironi 2004, era una raccolta di racconti). Del romanzo a Piccoli animali manca ancora il respiro, lo sviluppo, eppure resta un esordio tra i più interessanti per lingua e tensione intellettuale, pieno di idee, potentemente allegorico, in cui l’angoscia di quella terra desolata, veramente spossata, sterile, in qualche modo postuma a se stessa, che è il nostro presente, si apre ad improvvise dolcezze e malinconie.

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Gli incendiati

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Negli ultimi anni ogni volta che leggo un libro di Antonio Moresco non posso fare a meno di pormi alcune domande. La prima è di ordine, diciamo così, autobiografico, benché la biografia sia quella condivisa da chi poco più di una decina d’anni fa, su per giù allo scollinar del secolo, si accingeva, come diceva Leopardi, “a vivere alle lettere”: cosa ha rappresentato Moresco – anzi, meglio, la “funzione Moresco” – nel campo letterario italiano? Sospetto che all’epoca abbia rappresentato, per quelli che Bourdieu definirebbe i nuovi entranti, l’esistenza stessa di un campo letterario: mettendolo in discussione, polemizzando, trasfigurando se stesso nella figura “sepolto vivo” come nelle Lettere a nessuno, ne sanciva un’esistenza altrimenti solo spettrale. In altre parole, incarnava, per chi allora iniziava, l’assolutezza di quel gioco serio che è la letteratura (la scrittura, lo stile). Una scommessa folle e malinconica in un contesto fin troppo ricettivo verso operine e romanzetti che non sopravverranno alla prossima rentrée (un contesto mercantile, e come tale andrebbe contestualizzato, ma che alla lunga fiacca coscienze e volontà, abbassa spaventosamente le attese). Non è un caso allora che una delle figure più tipiche del repertorio dell’autore mantovano sia quella dell’incendiato. Allegoria che torna fin dal titolo di quest’ultimo romanzo, Gli incendiati appunto, in cui un protagonista e narratore si aggira, anche qui molto moreschianamente, “solo e completamente infelice”, in un mondo di totale “aridità, asservimento, vuoto, vita che sembra morte”.

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