L’estasi dell’ininfluenza

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Qualche tempo fa ho scritto questo pezzo. Parte da un libro di Jonathan Lethem ma finisce per parlare d’altro: è un po’ lungo ma spero mi sopporterete. È uscito sull’Indice dei Libri del Mese di ottobre. 

Questa settimana ho percorso quarantaquattro chilometri a piedi per la bellezza di 61.470 passi.

A volte mi chiedo se è lo spirito del tempo a dare forma alle nostre ossessioni o se, al contrario, sono le nostre ossessioni (da cui i desideri, da cui i bisogni, da cui le merci) a definire lo spirito del tempo. Me lo chiedevo piuttosto oziosamente quando la settimana scorsa ho iniziato a usare un programmino: un’app per l’iPhone che tiene traccia dei miei tragitti, del tempo e dello spazio percorso, con tanto di conteggio dei passi. Non mi considero una persona particolarmente ossessivo-compulsiva, al contrario, ma ammetto che ho sempre subìto il fascino degli elenchi, delle liste, degli archivi personali: le città visitate, i ristoranti in cui ho mangiato, i film visti e, soprattutto, i libri letti. Di fatto poi, proprio perché non sono un autentico ossessivo compulsivo, quando iniziavo a tenere questi diari in forma di elenco di solito smettevo di farlo dopo pochi giorni o un paio di titoli segnati. Il mal d’archivio, come sa bene Derrida, è una patologia della memoria, e cioè dell’identità: come se, facendo un elenco dei libri letti, ad esempio, potesse emergere un autoritratto fedele di me, qualcuno, un avatar, un doppio, che potesse dirmi chi sono, dal momento che io no, non lo so chi sono. Un qualcosa che ricordasse al posto mio ciò che ero stato, anche se solo attraverso la memoria di ciò che per definizione non sono io: oggetti, cose, scritture.

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La Regola

Appartenendo a quella categoria di uomini incapaci di assecondare una Regola, nutro invidia unicamente per quelli che, al contrario, ci riescono, e più di tutti per coloro che – cari agli dei! – non hanno bisogno di dormire: i mattinieri o i nottambuli laboriosi. Read More

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Diventare Posseduti


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Il mese scorso è uscito I posseduti. Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori di Elif Batuman, un libro che a me sembra pieno di intelligenza (full disclosure: ci ho messo mano professionalmente). Ne riporto un brano: sull’uso e il valore dei nomi, la scrittura, l’amore e l’essere posseduti.

Per molti anni non ripensai piú di tanto alla scelta che avevo fatto tra scrittura creativa e critica letteraria. Nel 2006, la rivista «n+1» mi chiese di fare il punto sul racconto americano basandomi sulle antologie Best American Short Stories  del 2004 e 2005. Solo allora, mentre sfogliavo quelle pagine in nome della scienza, mi sorpresi a ricordare il vuoto che avevo sentito quel giorno piovoso a Cape Cod [quando la Batuman visitò una scuola di scrittura, indecisa se iscriversi].

Mi tornò in mente la cultura puritana della scrittura creativa, incarnata dalle colonie, dai laboratori e dall’ideale del «lavoro artigianale». Mi resi conto che avrei di gran lunga preferito considerare la letteratura una professione, un’arte, una scienza, o praticamente qualsiasi cosa piuttosto che un lavoro artigianale. Cosa aveva mai cercato di dire il lavoro artigianale sul mondo, sulla condizione umana, o sulla ricerca di un senso? Era costituito esclusivamente da precetti negativi: «Mostra, non raccontare», «Uccidi i tuoi prediletti», «Ometti le parole superflue». Come se la scrittura consistesse nel liberarsi dei vizi, nell’omettere le parole superflue. Read More

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