Susan Faludi, nel suo Il sesso del terrore, riporta questo aneddoto: durante le settimane che seguirono l’attacco terroristico al World Trade Center si presentarono all’ospedale di Manhattan cinque magre adolescenti che non riuscivano a “ingoiare”. Erano convinte che a seguito della distruzione delle torri si fossero depositate nelle loro gole delle cellule o dei resti umani, e questa convinzione – infondata, come risultava dalle analisi – impediva loro di mangiare. Le ragazze, scrive la Faludi, “esprimevano istericamente ciò che tutti noi provavamo, ossia che la notizia era troppo dura da mandare giù”: ciò che quel sintomo manifestava, in altri termini, era l’incapacità di “digerire” la catastrofe, di imporle un senso, e quindi anche di costruire intorno ad essa una narrazione. Nonostante l’11 settembre sia l’oggetto di ormai una serie infinita di romanzi, memoir, film e serie televisive (per non parlare delle narrazioni ufficiali del potere, del governo o dei terroristi stessi), resta un qualcosa il cui senso sfugge, un disastro impossibile da integrare in una narrazione che lo riscatti dal trauma. Insomma: anche se l’11/9 è ormai un vero e proprio genere letterario, quando non direttamente un logo, un topos immediatamente riconoscibile e spendibile sul mercato dell’intrattenimento o della politica (penso ai film castrofici o alla campagna per le primarie di Rudy Giuliani che aveva inglobato le torri gemelle fin nel simbolo sui volantini), rimane una lesione tutt’altro che superata.




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