l'Eugenio Testata


La Regola

Appartenendo a quella categoria di uomini incapaci di assecondare una Regola, nutro invidia unicamente per quelli che, al contrario, ci riescono, e più di tutti per coloro che – cari agli dei! – non hanno bisogno di dormire: i mattinieri o i nottambuli laboriosi. Continua →



Diventare Posseduti

Il mese scorso è uscito I posseduti. Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori di Elif Batuman, un libro che a me sembra pieno di intelligenza (full disclosure: ci ho messo mano professionalmente). Ne riporto un brano: sull’uso e il valore dei nomi, la scrittura, l’amore e l’essere posseduti.

Per molti anni non ripensai piú di tanto alla scelta che avevo fatto tra scrittura creativa e critica letteraria. Nel 2006, la rivista «n+1» mi chiese di fare il punto sul racconto americano basandomi sulle antologie Best American Short Stories  del 2004 e 2005. Solo allora, mentre sfogliavo quelle pagine in nome della scienza, mi sorpresi a ricordare il vuoto che avevo sentito quel giorno piovoso a Cape Cod [quando la Batuman visitò una scuola di scrittura, indecisa se iscriversi].

Mi tornò in mente la cultura puritana della scrittura creativa, incarnata dalle colonie, dai laboratori e dall’ideale del «lavoro artigianale». Mi resi conto che avrei di gran lunga preferito considerare la letteratura una professione, un’arte, una scienza, o praticamente qualsiasi cosa piuttosto che un lavoro artigianale. Cosa aveva mai cercato di dire il lavoro artigianale sul mondo, sulla condizione umana, o sulla ricerca di un senso? Era costituito esclusivamente da precetti negativi: «Mostra, non raccontare», «Uccidi i tuoi prediletti», «Ometti le parole superflue». Come se la scrittura consistesse nel liberarsi dei vizi, nell’omettere le parole superflue. Continua →



Il fabbricante di eco


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Susan Faludi, nel suo Il sesso del terrore, riporta questo aneddoto: durante le settimane che seguirono l’attacco terroristico al World Trade Center si presentarono all’ospedale di Manhattan cinque magre adolescenti che non riuscivano a “ingoiare”. Erano convinte che a seguito della distruzione delle torri si fossero depositate nelle loro gole delle cellule o dei resti umani, e questa convinzione – infondata, come risultava dalle analisi – impediva loro di mangiare. Le ragazze, scrive la Faludi, “esprimevano istericamente ciò che tutti noi provavamo, ossia che la notizia era troppo dura da mandare giù”: ciò che quel sintomo manifestava, in altri termini, era l’incapacità di “digerire” la catastrofe, di imporle un senso, e quindi anche di costruire intorno ad essa una narrazione. Nonostante l’11 settembre sia l’oggetto di ormai una serie infinita di romanzi, memoir, film e serie televisive (per non parlare delle narrazioni ufficiali del potere, del governo o dei terroristi stessi), resta un qualcosa il cui senso sfugge, un disastro impossibile da integrare in una narrazione che lo riscatti dal trauma. Insomma: anche se l’11/9 è ormai un vero e proprio genere letterario, quando non direttamente un logo, un topos immediatamente riconoscibile e spendibile sul mercato dell’intrattenimento o della politica (penso ai film castrofici o alla campagna per le primarie di Rudy Giuliani che aveva inglobato le torri gemelle fin nel simbolo sui volantini), rimane una lesione tutt’altro che superata.

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Il tempo di una canzone

Da qualche settimana è uscita la traduzione italiana dell’ultimo romanzo di Richard Powers, Generosity. Per l’occasione ripubblico un paio di approfondimenti che scrissi per questo grande autore statunitense.

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Stupisce, e un pizzico delude, constatare che l’editoria italiana non abbia riservato a Richard Powers il trattamento che merita. La maggior parte dei suoi romanzi rimane inedita e i pochi tradotti sono stati palleggiati da un editore all’altro (e ormai, senza qualche ristampa in tascabile, sono anche di difficile reperibilità) [nel frattempo la situazione è leggermente mutata: degli ultimi dure romanzi, questo e Il fabbricante di eco, sono disponibili le edizioni tascabili NdFg]. Certo, i testi di Powers sono ponderosi, impegnativi, dalla struttura complessa, ma qualsiasi esitazione dovrebbe essere vinta di fronte a una delle scritture più raffinate in circolazione, alla ricchezza intellettuale e alle invenzioni narrative di cui letteralmente trabocca ogni sua pagina. Presso Bollati sono usciti Tre contadini che vanno a ballare (1991) e Il dilemma del prigioniero (1996), mentre Galatea 2.2 è stato pubblicato da Fanucci (2003).

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Il contagio

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Se la grandezza di uno scrittore si giudicasse dalla fedeltà alle proprie ossessioni, pochi altri, oggi, potrebbero rivaleggiare con Walter Siti. Eppure è lo stesso Siti – o meglio: la voce, sempre penultima, che prende la parola nel romanzo – ad avvertire al termine de Il contagio che “le sociologie cadono a pezzi, elencare non basta”, e che una mappa ragionata potrà disegnarla “solo chi avrà la mente libera da ossessioni”. E sì che la fine di Altri paradisi lasciava baluginare la possibilità, a conclusione della “trilogia”, di una pace raggiunta: “se avrò qualcosa da raccontare non sarà su di me”. Infatti il Contagio parte con baldanzoso piglio naturalista, quasi un reportage etnografico dall’altrove di una borgata romana. Ma ogni meraviglia (anche quella degradata: e qui le degradazioni decisamente non mancano) è strategia di possesso, proiezione fantasmatica. Parlando di fantasmi, primo tra tutti è quello di Pasolini, l’oggetto di culto di chi vede nelle borgate l’immagine nostalgica di un’autenticità perduta o, più in generale, di chi cerca un modello dietro cui nascondere la propria (di scrittori, di intellettuali) percepita marginalizzazione.

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