l'Eugenio Testata

Una specie di spirale

Lo scorso marzo l’Harry Ransom Center dell’Università del Texas (tempo fa il New Yorker fece un bel reportage su questo centro che raccoglie gli archivi di alcuni tra i maggiori scrittori statunitensi) ha acquisito il fondo di David Foster Wallace. Non solo manoscritti: oltre a varie stesure di Infinite Jest e di Broom of the System, ci sono un paio di centinaia di libri della biblioteca personale dello scrittore. “Praticamente tutti annotati”, dicono i curatori, “e alcuni anche molto pesantemente”: nel secondo gruppo spiccano i romanzi di DeLillo… e un giallo di Mary Higgins Clark. C’è anche un dizionario su cui Wallace ha sottolineato alcune parole: ovviamente c’è qualcuno che ne subito fatto una lista (comunque buona per le notti insonni). In ogni caso il culto wallaciano non mostra segni di cedimento: oltre a The Pale King (il romanzo inedito) sono in arrivo ben due biografie. E se quella su cui sta lavorando D.T. Max uscirà solo l’anno prossimo, ci si può intanto consolare (consolare tra virgolette, trattandosi di un’operazione piuttosto discutibili) con il libro di David Lipsky, Although Of Course You End Up Becoming Yourself. Ma, al di là di tutto, continua a interessarmi il paradossale fenomeno di uno scrittore diventato “simbolo di qualcosa” dopo aver passato la vita a scrivere e riflette sul particolare potere dei simboli di plasmare la nostra vita e i nostri desideri. Più o meno a un anno dalla morte di Wallace scrissi un pezzo per L’Indice in cui provavo a delineare questa vera e propria “funzione dfw”.

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Quando una grigia mattina d’autunno lessi sul sito del New York Times che un paio di giorni prima uno “scrittore postmoderno era stato trovato morto” (così il titolo: e mai come in quel frangente il gergo del letterame mi apparve maldestro e fuori luogo), ovvero che il 12 settembre 2008 David Foster Wallace, a soli 46 anni, si era tolto la vita impiccandosi nella sua casa a Claremont, California, la prima reazione fu di banale, incredulo ammutolimento. Certo, da una parte immagino sia la naturale e scontata reazione al suicidio di una persona conosciuta (nella misura in cui si può dire di conoscere uno scrittore molto amato) (e ammesso che si possa mai conoscere qualcuno al punto da poter asserire: “sì, sapevo che si sarebbe ucciso”) (due domande, o meglio: due cliché non privi di un certo retrogusto tipicamente wallaciano*); da un’altra parte, credo che c’entri anche il particolare tipo di scrittore che Wallace è stato.

Naturalmente non fui l’unico a essere turbato dalla sua morte, anzi: sui giornali di tutto il mondo fu un immediato fioccare di coccodrilli, commemorazioni, profili “dell’uomo e dello scrittore”. Ma fu soprattutto in rete che i suoi lettori espressero le reazioni più commosse – a volte al limite del fanatismo. Pochi minuti dopo che la notizia fu pubblicata non c’era blog, sito amatoriale, “gruppo” di Facebook che non raccogliesse le parole stupefatte e addolorate di chi l’aveva letto e amato – e anche di chi magari non l’aveva mai veramente letto – alcune quasi rabbiose per la sua decisione (altra classica reazione di fronte a un suicidio. Ma è veramente una “decisione”? “La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un grattacielo in fiamme”: così in Infinite Jest).

Ben presto la cosa assume dimensioni che ci si sarebbe aspettati per una rock star, non certo per uno scrittore oggettivamente ostico, spesso nascosto dietro l’impenetrabile muro della noia, autore di libri tanto lunghi quanto impegnativi. Il New York Times lo definisce “la mente più geniale della sua generazione” (ma a scriverlo non è la Michiko Kakutani che a suo tempo fece le pulci a Infinite Jest…) prontamente ripreso dalle fascette delle ristampe di Stile Libero; il critico e “detective letterario” D. T. Max sul New Yorker ne ripercorre, in un lungo e dettagliato articolo, la carriera e in particolare le vicende del manoscritto su cui stava lavorando ormai da molti anni: The Pale King. Questo, che sarà il suo terzo romanzo (dopo La scopa del sistema e Infinite Jest), uscirà nella primavera del 2011 negli Stati Uniti con tanto di apparato filologico degli editor che ne hanno curato l’edizione, essendo un manoscritto ben lungi dalla stesura definitiva. L’attesa dei fan è, come si dice, spasmodica e c’è chi ha messo in piedi un sito che raccoglie tutte le notizie sulla sua collazione e pubblicazione del testo. Altri hanno compilato un vero e proprio dizionario wallaciano in cui, accanto alla definizione corrente di una parola, troviamo il particolare senso con cui la usa Wallace e un brano di esempio tratto dai suoi scritti. C’è chi compila elenchi più o meno esaustivi di personaggi depressi o allusioni al suicidio presenti nella sua opera (e ce ne sono tanti…). Spunta l’epistolario, ad esempio alcune missive che si è scambiato con DeLillo (a cui scrive: “credo che una specie di matura sanità sia la forma più pura di eroismo che oggi ci sia rimasta”). Esce il film tratto da Brevi interviste con uomini schifosi. Si raschia il fondo degli inediti: This is water [disponibile ora in italiano col titolo Questa è l'acqua] è un discorso che ha tenuto in un college [per chi vuole c'è anche la registrazione originale...]. C’è anche chi organizza una “Infinite Summer”, sorta di infinite-jest maratona organizzata via internet per leggere tutto Infinite Jest durante l’estate: obiettivo tutto sommato fattibile poiché, calcolano gli organizzatori, si tratta di sole 75 pagine alla settimana. Non manca la nota di squallore quando, un paio di mesi dopo la morte, in rete spuntano le cartelle dell’autopsia. Un curioso (ma forse lui avrebbe detto hideous) fenomeno per cui cortocircuitano – è l’eta dell’informazione, bellezza! – teorie letterarie diventate di colpo letterali e parapubblicistica scandalistica. Un misto di commozione sincera, moda, sfruttamento commerciale, morbosità: non è un caso che da più parti il suo suicidio sia stato paragonato a quello di Kurt Cobain. Ma forse Wallace, anzi dfw come lo identificanoi suoi fan con una sigla a metà tra firma e logo, è stato proprio questo, anche questo: una rock star per noi nerd della letteratura. E non certo per le sue eccentricità o, peggio, per il capello lungo e la bandana: della celebrity, dell’idolo del “culto delle star e dei morti”, aveva due delle caratteristiche più importanti. La prima è il suo essere, per così dire, l’oggetto di un desiderio mimetico, qualcuno da ammirare per il suo talento inarrivabile, un talento così grande dall’avere qualcosa di mostruoso, ipertrofico: da qui il suo essere anche uno scrittore di moda (uno che se lo leggi ti “distingui”), oggetto di un’imitazione per lo più fallimentare da parte di intere legioni di aspiranti romanzieri. La seconda è il suo essere sentito come qualcuno “che ci rappresenta”, che dà voce a una generazione, alla sua sua disperazione, ai suoi fallimenti. Qualcuno che con la sua autenticità (nonostante, o forse proprio per questo, la spontaneità sia una delle categorie più ossessivamente messe in questione da dfw) si fa interprete e cantore di un’epoca non solo da un punto di vista intellettuale, spiegandocela, svelandone le ideologie e i poteri, ma in certo senso anche “fisicamente”, emotivamente, prendendola su di sé, incarnandola.

Eppure c’è dell’altro. Di fronte ad ogni suicidio, chi resta non può fare a meno di interrogarsi sulle cause che hanno spinto una persona a togliersi la vita. Se il suicidio è quello di uno scrittore si tende inevitabilmente a leggerne le opere come un enorme biglietto d’addio, a cercare tra le righe il sintomo, una traccia di quella sofferenza che spieghi, e giustifichi ai nostri occhi, tale gesto. Anche il lettore più avvertito non può trattenersi da l’esercitare questa convinzione, questa illusione che la scrittura sia una sorta di “coscienza materializzata”, l’io dell’autore messo su carta, l’interno del sé esteriorizzato. È una fallacia non molto diversa da quella che ci porta a scambiare i personaggi per delle persone vive. La letteratura, nelle sue migliori interpretazioni, non fa altro che ripetere questo doppio gesto: come una finta di corpo, prima ci spinge a ficcare il naso nelle vite degli altri (dei personaggi, dell’autore) con la presunzione di trovare nella scrittura (e cioè in un’assenza) le tracce di una presenza che sempre ci sfugge (quella dell’io sofferente in questo caso), poi ci svela come illusorio tale desiderio. Perché non solo a certe domande (“a cosa stai pensando? Cosa vuoi dire veramente?”) è già difficile rispondere quando l’interlocutore ce l’abbiamo davanti al naso, ma è ancora più difficile rispondervi di fronte alla presenza assoluta: a noi stessi (“cosa sto pensando? Cosa sto dicendo veramente?”).

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Nel caso di Wallace tutto ciò è doppiamente urgente perché se c’è un tema che ricorre ossessivamente nei suoi testi è proprio la domanda “chi parla quando parlo?”. La sua scrittura frattale, in grado di proliferare all’infinito intorno al suo oggetto, gemmando in una serie di subordinate, incisi, digressioni, note, parentesi, contrappunti, è lo strumento che utilizza per perseguire un realismo in grado di restituire la realtà non del “mondo fuori”, ma del mondo interiore. Per correre con le parole dietro ai pensieri. Ma questo mondo interiore ha un fondo di lutto e assenza che non potrà mai farsi cogliere dal linguaggio (è una Cosa, appunto, indicibile).

Secondo Blanchot (è all’inizio di Passi falsi) “uno scrittore che scrive: «Sono solo», o come Rimbaud: «Sono veramente d’oltre tomba», può venir giudicato quasi grottesco. È grottesco prender coscienza della propria solitudine rivolgendosi al lettore, e con mezzi che impediscono all’uomo di essere solo. La parola «solo» è diffusa come la parola «pane». Non appena la si pronuncia, si evoca la presenza di tutto ciò che essa esclude. Tali aporie del linguaggio sono prese raramente sul serio”. Forse si spiega così il nostro bisogno di consolazione: Wallace era lo scrittore che più di tutti sembrava prendere sul serio tale aporia. E prendendola sul serio rendeva ancora possibile, ancora possibile per noi, quello spazio che chiamiamo letteratura.

* “…con David Wallace peraltro pienamente cosciente che il cliché secondo il quale non si può mai sapere veramente cosa avviene dentro qualcuno è vecchio e insulso ma al tempo stesso cercava molto coscientemente di impedire a quella consapevolezza di sbeffeggiare il tentativo o di spingere tutta quella linea di pensiero in quella specie di spirale ripiegata su se stessa che non ti permette di arrivare a niente.” D. F. Wallace, Caro vecchio neon.

Articolo apparso su
L'Indice

  • http://maddmaths.simai.eu/var/matematica-e-letteratura robbi60

    Grazie di aver riproposto questo commento. Molto appropriato. r

  • http://www.leugenio.com Francesco Guglieri

    Grazie a te per il link: lo leggerò con interesse.