di Bertolt Brecht
Anche i più navigati scrittori di Hollywood, che da 10 anni a questa parte sfornano script a getto continuo, ogni volta, in una certa fase di ognuno di questi script, nutrono la speranza che questa sia la volta buona per far passare qualcosa di meglio, di non così completamente volgare, facendo ricorso a questa o quella astuzia, grazie a questa o quella fortunata circostanza. Questa speranza viene ogni volta delusa, ma senza di essa non riuscirebbero a fare il loro lavoro – e i film volgari e osceni non si farebbero.
da: appunto del 25 ottobre 42, Bertolt Brecht, Diario di lavoro, a cura di Werner Hecht, trad. di Bianca Zagari, Torino, Einaudi, 1976, vol. II, p. 614.
In un ranch
Sto leggendo History of English Dramatic Literature di Ward. Il teatro elisabettiano presenta davvero molti punti di contatto con l’azienda hollywoodiana. Il carattere collettivo della composizione, lo scrivere in fretta su commissione, lo sfruttare più volte gli stessi motivi, l’impossibilità per gli scriventi di influire sul proprio prodotto, la fama che non supera i confini degli scriventi stessi e poi le azioni appassionate, i plots, gli ambienti nuovi, gli interessi politici, ecc. ecc. […] Persino la strana fuga di Shakespeare che alla fine si rifugia nell’amministrazione di un’osteria assomiglia a quella fuga in un ranch che qui tutti progettano.
da: appunto del 7 luglio 43, Bertolt Brecht, Diario di lavoro, a cura di Werner Hecht, trad. di Bianca Zagari, Torino, Einaudi, 1976, vol. II, p. 659.






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