l'Eugenio Testata

A proposito di Nick

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Qual è il segreto di Hornby? Qualche anno fa scrissi un pezzo a Non buttiamoci giù forse fin troppo severo con l’autore inglese: quello che però mi interessava di più in quel momento (e che, tutto sommato, è ancora la posta in palio) era vedere come, nei suoi libri, lavorassero certi meccanismi legati all’ironia e all’”autenticità”, alla rappresentazione e alla proiezione. Non me ne voglia il buon Nick.

Tutta un’altra musica (Juliet, naked, 2009)

Il titolo scelto per la traduzione italiana del nuovo romanzo di Hornby, Tutta un’altra musica, potrebbe indurre a credere che ci troviamo di fronte a una qualche svolta, a un improvviso cambio di registro, temi, personaggi, per l’autore inglese. Invece, se c’è una cosa che si può dire con certezza, è che abbiamo proprio la solita musica: non che sia un male, attenzione, dipende unicamente dal vostro grado di hornbità.

Il romanzo si apre con la visita a un gabinetto. Ma non un cesso qualunque di un qualunque locale per concerti: è quello dove – così vuole la leggenda – Tucker Crowe prese la decisione di abbandonare la scena musicale. Da quel giorno solo 22 anni di silenzio, esilio e oblio: anche perché non è che il successo fosse proprio planetario. Il tipico “artista di culto” (quando “di culto” viene usato come delicato eufemismo), che ha influenzato molti cantanti e gruppi successivi – REM, Colplay, Elliot Smith – ma che non ha mai avuto un gran seguito: giusto una ventina di fanatici che ne discutono le gesta e si perdono in lunghe esegesi delle sue canzoni su un sito Internet. Il creatore del sito, Duncan, un inglese quarantenne, e la sua compagna Annie, sono impegnati in questa specie di tour degli Stati Uniti – a metà tra pellegrinaggio e stalking – sui luoghi della leggenda croweniana. O meglio: Annie c’è quasi trascinata a voglia, dato che – all’inizio del libro… – non brucia di tutto questo amore per Tucker Crowe. Ma questo è solo punto: quando a un certo punto salta fuori una versione riarraggianta di Juliet, l’album capolavoro di Crowe, Duncan verrà confinato sullo sfondo – e fatto giusto bersaglio dell’ironia dell’autore – mentre i protagonisti saranno Annie e Crowe stesso, riemerso dal suo ben poco leggendario silenzio.
Per certi versi allora il titolo originale Juliet, naked, col suo riferirsi a questa fantomatica versione riarrangiata del capolavoro di Tucker Crowe, dice qualcosa sul romanzo stesso: come se quest’ultimo libro fosse una versione rimasterizzata di Alta fedeltà, come se dai vinili si fosse passati a mp3, itunes, ipod e tutto il nostro mondo “di un luccicante bianco Apple” (come dice Hornby). Un Alta fedeltà ma più triste, più malinconico, più – inevitabilmente – di mezza età: Duncan, il nerd musicale, non è solo un sesquipedale idiota ma uno che ha fondato tutta la sua esistenza su delle premesse sbagliate, su un malinteso, sul non aver capito nulla della musica a cui si è immolato; Annie è una donna che alla soglia dei quarant’anni prende coscienza di aver sprecato la sua giovinezza e si ritrova triste e sola; Crowe, be’, lui è un rocker di modesto successo negli anni Ottanta, un fallito che ha rovinato la vita alle innumerevoli mogli e figli di cui si è circondato: un caso di studio per qualche programma tipo Meteore.
Eppure il romanzo è piacevole (certo, dipende sempre dal vostro grado di hornbità), e il sottofondo amarognolo aggiunge qualcosa ai momenti di sincero sghignazzo. Le parti più riuscite sono quando il narratore o i personaggi fanno i conti su come è cambiata la musica, o meglio: il modo di ascoltarla, di “farne esperienza”, nell’epoca della sua riproducibilità digitale. Considerazioni che sembrano riferirsi anche al romanzo che si tiene tra le mani: non so come la prenderebbe Hornby – forse non bene – ma viene da definire questo Tutta un’altra musica il più metatestuale dei suoi libri.

Non buttiamoci giù (A Long Way Down, 2005)

Prendete quattro loser. Fateli incontrare casualmente la notte di capodanno sul tetto di un edificio famoso in tutta Londra col promettente nome di “palazzo dei suicidi”. Normalmente avreste una strage di gruppo e la fine della storia. Se invece siete in un romanzo di Nick Hornby la storia è appena cominciata e potete aspettarvi qualsiasi sviluppo purché dall’alto tasso d’imprevedibilità e di “hornbiano” umorismo.

Martin è una stella cadente del demie-monde televisivo: coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale, abbandonato dalla moglie, braccato dai tabloid e ancora convinto che quella ragazzina avesse veramente diciott’anni. Maureen, lei ha tutte le caratteristiche del personaggio costruito per strappare la lacrima: sedotta e abbandonata da ragazza si ritrova oggi con un figlio adulto su una sedia a rotelle, vegetale: e nient’altro. JJ è un americano che credeva di essere una rockstar, aveva una band e una ragazza: adesso fa le consegne a domicilio per un pizzaiolo russo. E Jess – maleducata e volgarissima figlia del viceministro dell’Educazione – è semplicemente fuori di testa.
Non buttiamoci giù si apre con il loro incontro sul tetto dell’edificio, poco prima del fatale salto. La loro scarsa fantasia – e dello scrittore – sarà anche la loro salvezza: conoscendosi, parlandosi, scopriranno che, tutto sommato, avevano solo bisogno di qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, di un gruppo che tendesse sotto di loro una rete di protezione. O che, quanto meno, tenesse la loro mente occupata, lontana da propositi suicidi: e, nel corso della narrazione, di cose di cui preoccuparsi ne avranno, parecchie.
Ma l’intreccio e lo spunto iniziale sono solo pretesti per seguire i personaggi nei loro discorsi, tallonarli nei pensieri più tortuosi o balordi, farsi sommergere dalla loro logorrea euforica, vagamente isterica, sempre pronta – anche nei momenti più inopportuni: con le gambe penzoloni da un cornicione – a cercare la battuta, a strappare l’applauso.
Ecco, il segreto dell’”hornbismo” è questa scrittura gesticolante, protesa verso il lettore nel tentativo di portarlo dalla propria parte: si rivolge continuamente ad esso, cerca di coinvolgerlo, di compiacerlo. La superficie brillante, il gusto felice per la battuta o il sarcasmo ben temperato, rivestono un fondo profondamente rassicurante che tende a confermare chi legge nelle sue certezze di saggio buonsenso, nei suoi presupposti più pigri e accomodanti.
Questa strategia Hornby la attua facendo leva sull’autenticità: il suo lettore deve stringere un patto col testo secondo cui tutto ciò che leggerà sarà interpretato come la registrazione sincera e senza filtri (tanto meno letterari) di una coscienza, la voce fedelmente riprodotta di un individuo alle prese con una quotidianità spesso grigia e frustrante.
Fin quando ha potuto ricorrere all’esperienza vissuta, attingendo a un autobiografismo più o meno spinto, fin quando Hornby doveva fare Hornby insomma, tale condotta ha funzionato bene (Alta fedeltà e, soprattutto, Febbre a 90° oltre a essere romanzi molto divertenti e ben riusciti, sono anche fedeli carotaggi di un’epoca e di un paese –l’Inghilterra post-thatcheriana – visti con gli occhi della classe medio-bassa presa in mezzo al social change di quegli anni).
Manca il bersaglio nel momento in cui cerca di allargare lo sguardo generalizzando i temi e i personaggi: l’autenticità si trasforma in un’estenuata retorica dell’autencismo la cui preoccupazione principale è quella di dire “sono vera! Sono una voce autentica!”.
Il romanzo è costruito dallo stretto alternarsi dei flussi di coscienza dei quattro protagonisti. Ma il tutto tende a ridursi a un mormorio ininterrotto, il brusio di una scrittura-pensiero senza silenzi: dietro alle quattro maschere c’è sempre la stessa faccia ghignante di Hornby, i suoi vezzi e le sue idiosincrasie. La caratterizzazione stilistica tende a sfumare, e le quattro voci a mescolarsi e confondersi nell’unico idioletto hornbiano. Le differenze psicologiche sono ridotte quasi a zero e i personaggi vengono identificati in base ai loro consumi piuttosto che a un’autentica umanità di cui sono palesemente privi.
Non buttiamoci giù: in ogni cosa c’è sempre il lato positivo. Ecco, vedetela così: il prossimo romanzo di Nick Hornby non potrà che essere migliore di questo.

I libri di cui si parla
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In questi giorni è in libreria un nuovo libro di Hornby: È nata una star? È un peccato che Guanda non segnali mai nel paratesto la collocazione editoriale del testo originale. Not a Star è uscito in una collana di testi brevi in inglese semplificato indirizzata all’alfabetizzazione degli adulti. Tutto per una ragazza, il precedente – e tra l’altro molto divertente – romanzo di Horby, in Inghilterra è uscito in una collana per ragazzi. Niente di male o che pregiudichi particolarmente la lettura (al massimo potrebbe indurre qualche riflessione sul mercato editoriale…), ma sarebbe meglio saperlo.

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