di Franco Fortini
Invecchiando, comincio a temere quella che Saint Just chiamava la «fredda posterità», per via dei piccoli conforti di noi a noi medesimi, degli impercettibili consensi che, con gli anni, e più o meno coscienti, abbiamo lasciato si insinuassero fra una e altra riga, fra una e altra scelta lessicale. […]
Che la posterità (ma che dico, anche le più giovani generazioni) non pensi a quel che abbiamo pensato non significa che quanto abbiamo operato e pensato non sopravviva. «Toute caresse toute confiance se survivent». Come, d’altronde, questo verso; che ha già sessant’anni. Ma anche i nostri errori. «Qualcosa nel mondo accadrà / per colpa dei nostri pensieri». Ancora due versi? Certo; perché so benissimo che quanto qui affermo è indimostrabile.
Non è solo, secondo quanto dice Amleto, the noble dust of Alexander a poter servire da tappo per un barile di birra o quella dello imperious Cesar per una lesione del muro. La deficienza di un ragionamento o di una passione o di tutta una nostra vita può contribuire all’attimo di un suicidio o di una viltà, all’errore di un’esistenza o alla sopravvivenza di un’ingiustizia. Non è necessario vendersi alla magia, per questo; soprattutto se si è persuasi che tale sopravvivenza non è un dato ma un processo, anzi l’esito di una lotta per ottenerla.
da Extrema ratio, Garzanti 1994






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