Ho trovato l’ultimo romanzo di Nove, La vita oscena, piuttosto deludente, soprattutto pensando al livello che la scrittura di Antonello Satta Centanin può raggiungere, tra i più alti delle “patrie lettere” (e che, nell’ultimo libro, solo a tratti lambisce). Ne potete comunque leggere qui cosa ne scrive Elisabetta Carcano. Di seguito, invece, un mio vecchio pezzo sulla Più grande balena morta della Lombardia.

C’è un logoro modo di dire che, terminata la lettura de La più grande balena morta della Lombardia, mi girava in testa: quello di Nove è un libro che riconcilia con la letteratura.
Riconcilia perché riesce a imporre l’illusione che la letteratura venga prima del mondo, e non viceversa: che la storia, il tempo, la morte siano emanazioni secondarie delle parole, quasi dei pretesti per permette alla scrittura di proliferare piuttosto che quelle ferite che alla scrittura si chiede di lenire.
Il gioco di prestigio ha successo perché il mondo del libro di Nove non è questo mondo: è una balena. Fin dal primo, cosmogonico capitoletto il lettore è inghiottito dalla più grande balena morta della Lombardia che pezzo a pezzo ha mangiato l’Italia, la Terra, l’universo. Nel ventre del cetaceo, nell’utero materno, in questo mondo prenatale vige la sola legge del simbolo: nessuna trama che non sia quella intessuta dalla memoria, nessuna necessità che non sia la fedeltà alle proprie ossessioni. Non un romanzo quindi, ma una topografia del ricordo, una raccolta di figurine dell’infanzia di Antonello Satta Centanin nella Viggiù degli anni Settanta. Un atlante interiore senza alcuna pretesa di coincidenza con la realtà empirica, ma solo con la verità dell’immaginazione bambina.
Il libro ha l’incedere metonimico del sogno: il ricordo di un robot giocattolo può far rivivere, nel capitolo successivo, l’arrivo degli ufo a Varese, un giornaletto dell’orrore può risuonare, cento pagine più in là, all’interno di una storia di fantasmi e di morti i cui protagonisti ritornano, poco dopo, come una famiglia di vicini di casa. Cinquanta piccoli poemi in prosa che richiedono l’impegno e la concentrazione solitamente concessi alla poesia: e della poesia, il dettato di Nove, ha la musicalità, il ritmo, le pause, il respiro.
Nella mondo interno della scrittura-balena la violenza dell’esterno viene ricomposta e riportata a un ordine che non è quello della storia: un ordine che disloca la storia, che alla violenza del tempo contrappone il controtempo della scrittura. Questo libro, per altro diseguale, riconcilia con la letteratura forse, ma non col mondo.
Il libro
Immagine: Bertozzi e Casoni, Composition no.14, 2009
pubblicato su Pulp





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