l'Eugenio Testata


Piccoli animali

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“La nostra età è spossata, e la terra, sfinita dal partorire, a stento genera piccoli animali”: vengono addirittura da Lucrezio i piccoli animali che danno il titolo al primo romanzo di Maurizio Torchio (Tecnologie affettive, Sironi 2004, era una raccolta di racconti). Del romanzo a Piccoli animali manca ancora il respiro, lo sviluppo, eppure resta un esordio tra i più interessanti per lingua e tensione intellettuale, pieno di idee, potentemente allegorico, in cui l’angoscia di quella terra desolata, veramente spossata, sterile, in qualche modo postuma a se stessa, che è il nostro presente, si apre ad improvvise dolcezze e malinconie.

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Gli incendiati

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Negli ultimi anni ogni volta che leggo un libro di Antonio Moresco non posso fare a meno di pormi alcune domande. La prima è di ordine, diciamo così, autobiografico, benché la biografia sia quella condivisa da chi poco più di una decina d’anni fa, su per giù allo scollinar del secolo, si accingeva, come diceva Leopardi, “a vivere alle lettere”: cosa ha rappresentato Moresco – anzi, meglio, la “funzione Moresco” – nel campo letterario italiano? Sospetto che all’epoca abbia rappresentato, per quelli che Bourdieu definirebbe i nuovi entranti, l’esistenza stessa di un campo letterario: mettendolo in discussione, polemizzando, trasfigurando se stesso nella figura “sepolto vivo” come nelle Lettere a nessuno, ne sanciva un’esistenza altrimenti solo spettrale. In altre parole, incarnava, per chi allora iniziava, l’assolutezza di quel gioco serio che è la letteratura (la scrittura, lo stile). Una scommessa folle e malinconica in un contesto fin troppo ricettivo verso operine e romanzetti che non sopravverranno alla prossima rentrée (un contesto mercantile, e come tale andrebbe contestualizzato, ma che alla lunga fiacca coscienze e volontà, abbassa spaventosamente le attese). Non è un caso allora che una delle figure più tipiche del repertorio dell’autore mantovano sia quella dell’incendiato. Allegoria che torna fin dal titolo di quest’ultimo romanzo, Gli incendiati appunto, in cui un protagonista e narratore si aggira, anche qui molto moreschianamente, “solo e completamente infelice”, in un mondo di totale “aridità, asservimento, vuoto, vita che sembra morte”.

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Critica e Terrore

di Andrea Amerio

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Ci sono periodi della storia durante i quali sembra che per governare siano necessari non l’astuzia e il metodo, la scienza e la tecnica, ma un’estrema purezza d’animo e la freschezza dell’innocenza comune. Questi periodi storici prendono il nome di Terrore.

Liberi dalle gabbie dell’erudizione scientifica, dalla retorica, dalla filologia, dalle matematiche strutturalistiche e semiotiche, dalle bizzarrie della decostruzione o da tutto ciò che rende scientifico o parascientifico lo studio dei testi, cosa chiediamo alle Lettere?

Passione, fantasia, talento. Come tutti. Che lo scrittore sia un uomo votato, bene. Ma a quale fede: il genere dominante, le vendite, il valore documentario, lo stile, la descrizione del “reale”? La potenza del linguaggio? Il nitore dell’espressione, la fedeltà al proprio sogno?

Esiste un altro scrittore, il cui compito è ricordare incessantemente ciò di cui si tratta, e che sembra andato perduto. Strano a dirsi, pare che una significativa parte di critici e scrittori, non so per quale comune accordo o tacito patto, abbia rinunciato ai propri rispettivi privilegi e abbandonato ogni potere di controllo sulla letteratura. Cosi la “freschezza dell’innocenza” di Faletti ha preso il posto di comando assieme alla “purezza d’animo” delle statistiche e dei dati di vendita. Il terrore.

(Fotografia di Maurizio Strippoli)

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Vicino al camino

di Walter Benjamin, da Critiche e Recensioni

Si racconta che una volta Oscar Wilde si trovava in un gruppo di persone, e il discorso era caduto sulla noia. Ciascuno aveva detto la sua; Wilde tacque fino all’ultimo. Lo guardarono con impazienza. Allora disse: «Quando mi annoio, prendo un buon romanzo, mi siedo davanti al fuoco del camino e lo guardo».

In effetti le due cose stanno bene insieme: un fuoco che divampa nel camino e un romanzo aperto. E poiché ne abbiamo uno in mano – è stata tradotta in tedesco, venticinque anni dopo la sua prima pubblicazione, la principale opera di Bennett -, vogliamo gettare un’occhiata al fuoco del camino, senza chiuderlo. Dopo tutto nessuno è così privo di fantasia che non gli venga in mente qualcosa, mentre guarda nel camino. Vogliamo vedere perché lo spettacolo che esso ci offre è un’allegoria del romanzo.
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Why Criticism Matters

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In queste settimane c’è da registrare qualche piccola novità dal fronte della critica. Il NYT ha dedicato un lungo speciale proprio alla critica letteraria e al perché (o all’eventualità) conti ancora qualcosa, chiamando sei giovani critici a dire la propria sull’argomento.

Il punto di partenza, inevitabilmente, è la consapevolezza del cambio di paradigma imposto dai mezzi di comunicazione digitali (sì, dove state leggendo queste parole in questo momento…). Viviamo “nell’epoca dell’opinione”, delle stelline, dei voti, dei commenti su anobii e delle recensioni su amazon: nulla che abbia a che fare con la critica ma che pure ne sembra prendere il posto (una funzione vicaria resa possibile, temo, anche da un malinteso senso della critica). Internet non è la causa di questi cambiamenti – molto più profondi e per certi versi sfuggenti – ma solo il luogo in cui è più evidente, con una chiarezza quasi didascalica, la posta in gioco: il superamento delle mediazioni.

Del resto quando Fortini scriveva (in Verifica dei poteri) che:

I luoghi dell’opinione e del gusto letterario sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Alla motorizzazione la società letteraria ha resistito anche meno dei nostri storici centri urbani.

la rete non esisteva nemmeno nelle più sfrenate fantasie fantascientifiche, dato che era il 1960.

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